L’errore di “correre a vendere tutto”

Contenuto elaborato da Financialounge.com per Fineco Bank

Vendere tutto e aspettare la fine della tempesta. La tentazione è forte dopo un crollo di Borsa. Tuttavia, cedere a questo impulso emotivo comporta che una perdita da ‘virtuale’ diventa ‘reale’. Inoltre, come e quando si investe la liquidità ricavata? La correzione del 2008 insegna che restare investiti, facendo leva su un portafoglio durevole, ben diversificato nelle asset class, nelle valute, nelle fonti di rendimento, e progettato per raggiungere precisi obiettivi a medio lungo termine, costituisce una solido scudo a qualsiasi momentanea turbolenza.   

In un solo mese, si è bruscamente passati da previsioni che delineavano un’economia globale in moderato recupero ad una recessione ‘profonda ma temporanea’ con il rischio che possa trasformarsi in ‘prolungata’ in funzione della durata del contenimento del coronavirus nel mondo.

Dopo un crollo la spinta a vendere tutto è forte
La spinta a correre e vendere tutto è forte. Ma è un errore che rischia di costare caro, con perdite che spesso non si riesce a recuperare tanto facilmente. Proviamo ad immaginare un investitore con un portafoglio azionario 100% USA. Tra il 19 febbraio scorso, vigilia dei primi focolai in Italia e giorno di massimo storico per l’indice S&P 500 di Wall Street, e il 20 marzo, la perdita del valore in euro del portafoglio azionario USA ammontava al -31,3%. Un crollo addirittura più rovinoso di quello registrato nel primo mese post crac Lehman Brothers. Tra il 12 settembre 2008 (vigilia del crac Lehman Brothers del 15 settembre 2008) e il 15 ottobre 2008 lo stesso portafoglio azionario USA lasciò sul parterre il 24,3%.

Cos’è successo nel 2008?
Cosa sarebbe successo se dopo quel primo mese l’investitore 12 anni fa avesse venduto? Proviamo a ripercorrere le sue possibili scelte ipotizzando che il 12 settembre 2008 il suo capitale ammontasse a 100 mila euro e che al 15 ottobre, vendendo tutto, fosse sceso a 75.700 euro (-24,3%). Il 4 novembre, osservando che l’indice S&P 500 era nel frattempo risalito del +16% decide di rientrare ma, il 20 novembre, dopo una nuova perdita superiore al 20% (-22,54% per l’esattezza) vende di nuovo: il suo capitale scende quindi da 75.700 a 58.637 euro. Poi, il 30 novembre, rincuorato da un nuovo rialzo dell’S&P 500 del 17,56%, decide di rientrare daccapo. Riesce a resistere a vendere quando il 18 dicembre il suo investimento segna un altro -13,43% ma poi il 3 marzo 2009 capitola di nuovo perché il suo portafoglio segna un altro -21,54% (passando da 58.637 a 46.007 euro). Esattamente un mese dopo, il 4 aprile 2009, osservando un rialzo del 17,02% dell’S&P 500 si convince ancora a rientrare per rimanere investito fino al 15 settembre 2009.
Un anno esatto dopo il crac Lehman, il suo investimento sarebbe ammontato ad un valore di 59.855 euro (-40,1% in 12 mesi). Se al contrario avesse mantenuto senza soluzione di continuità l’investimento nei 12 mesi, il suo investimento avrebbe mantenuto un valore di mercato di 81.644 euro (-18,4%).

Attenti a contabilizzare le perdite da “virtuali” a “reali”
Ovviamente si tratta di una simulazione, sebbene su dati reali dell’indice S&P 500 convertito in euro, che ipotizzano momenti in uscita (-20% dell’indice) e in entrata (+15%) che potrebbero essere anche scelti in percentuali e modalità differenti.
Tuttavia, si possono individuare due elementi certi. Il primo è che, quando si decide di disinvestire, si contabilizza una perdita che da ‘virtuale’ diventa ‘reale’. Nell’esempio, i 100 mila euro del 12 settembre 2008 investiti nell’azionario USA valevano 75.700 un mese dopo: questo valore ‘virtuale’ sarebbe però divenuto ‘reale’ nel momento in cui l’investitore avesse deciso di vendere.

Il momento giusto per rientrare nel mercato
Il secondo è che, nel momento in cui si decide di vendere, si hanno a disposizione sostanzialmente due opzioni: si contabilizza la perdita e si rimane in liquidità oppure si aspetta a rientrare in un secondo momento. Nel primo caso si rinuncia a partecipare al rialzo strutturale di lungo termine dei mercati finanziari, in particolare di quello azionario. Mantenendo l’investimento nell’azionario USA ininterrottamente dal 12/9/2008 al 27/3/2020 (cioè in un periodo che include sia la profonda correzione della crisi 2008-2009 che quella attuale partita lo scorso 19 febbraio) i 100 mila euro sarebbero cresciuti fino a 266.750 euro (+166,75%) mentre se l’investimento fosse stato riscattato il 15 ottobre 2008 per poi impiegare tutto il ricavato in fondi monetari euro il capitale al 27/3/2020 sarebbe ammontato a 76.026 euro (fonte: elaborazioni in euro su indice S&P 500 e indice dei fondi monetari euro).

I mercati sono imprevedibili
Nella seconda opzione, invece, è necessario individuare il momento in cui rientrare. Quando farlo? Come si riesce a sapere quando la situazione è tornata in carreggiata? Qual è o quali sono gli elementi che permetteranno di rientrare sul mercato? Nel tentativo di individuare il momento esatto (market timing) il rischio, come abbiamo ipotizzato nell’esempio, è quello di perdersi una buona parte del recupero dei mercati. I quali, è bene tenerlo sempre bene a mente, si muovono con largo anticipo rispetto all’economia e al contesto: i loro movimenti tendono ad anticipare gli scenari all’orizzonte, siano essi negativi che positivi con una rapidità altrettanto veloce quanto lo è stata la correzione.

Il solido scudo di un portafoglio durevole
Non sappiamo quando questo potrà accadere, ma come tutte le crisi del passato anche questa causata dall’epidemia da coronavirus avrà una sua fine. Restare investiti, facendo leva su un portafoglio durevole, ben diversificato nelle asset class, nelle valute, nelle fonti di rendimento, e progettato per raggiungere precisi obiettivi a medio lungo termine, costituisce un solido scudo a qualsiasi momentanea turbolenza.

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