È il momento giusto per tenere i soldi fermi sul conto?

Contenuto elaborato da Financialounge.com per Fineco Bank

Mantenere la liquidità su un conto non remunerato fa perdere potere d’acquisto, per l’effetto dell’inflazione, e interessanti opportunità che spaziano dal contribuire al rilancio dell’Italia alla partecipazione, con proporzionali rischi d’investimento, ai mercati azionari

(La performance realizzata in passato non costituisce una garanzia per l’andamento futuro)

In una fase di mercato complessa, in cui le preoccupazioni sul futuro sono state acuite dall’emergenza sanitaria, molti risparmiatori continuano a preferire la liquidità. Lo confermano i dati di marzo dell’ABI, secondo i quali i depositi (in conto corrente, certificati di deposito, pronti contro termine) sono aumentati di oltre 146 miliardi di euro rispetto ad un anno prima, attestandosi a 1.749 miliardi, con un incremento del +9,2% su base annua.

Una perdita di valore certa
Peccato che non sia affatto il momento giusto per lasciare tutto il proprio patrimonio depositato sul conto corrente. Una cosa infatti è evidente: l’ingente liquidità parcheggiata sui conti ha un costo per tutti, in particolare per l’Italia e per i risparmiatori. I depositi di questi ultimi sono esposti a una perdita di valore certa. Da un lato, perché le Banche centrali e governi stanno spingendo l’inflazione oltre il 2%. Tenere fermi i risparmi non solo non fa guadagnare nulla ma comporta una perdita del potere di acquisto di pari entità per le somme depositate sul conto.

Le performance di azioni e obbligazioni nel lungo termine
D’altro canto, la liquidità ferma sul conto si traduce in opportunità d’investimento mancate. Nel corso degli ultimi 120 anni, l’investimento in azioni globali ha generato un rendimento reale (ossia al netto dell’inflazione) annualizzato del 5,2%, contro il 2,0% per le obbligazioni e lo 0,8% dei titoli di Stato a breve termine. Un trend amplificato nell’ultimo decennio, in cui i rendimenti delle azioni globali si sono attestati ad un +7,6% annualizzato rispetto ad un rendimento reale delle obbligazioni pari al +3,6%, comunque buono rispetto alla liquidità che ha reso praticamente zero (fonte: Credit Suisse Global Investment Returns Yearbook 2020).
Il costo per il nostro Paese della liquidità ingessata sui conti, ricade soprattutto sulle tante piccole e micro imprese che danno lustro al made in Italy apprezzato in tutto il mondo e che possono contare prevalentemente sul canale bancario per i finanziamenti. Se almeno una quota dell’ingente liquidità depositata dalle famiglie italiane fosse convogliata verso queste dinamiche aziende ne beneficerebbe l’economia sia in termini di maggiore ricchezza prodotta (PIL) che di nuovi posti di lavoro. Con ricadute positive anche sul gettito fiscale in un momento in cui il Paese sta cercando di ripartire e il rilancio dell’economia grava quasi per intero sugli interventi statali. Per chi è poco incline al rischio, già investire in Titoli di Stato aiuterebbe l’Italia: senza correre rischi eccessivi metterebbe in circolo, e in modo più produttivo, almeno parte della ricchezza accumulata.

La volatilità resta sempre una fonte di preoccupazione
Per chi invece ricerca rendimenti più consistenti ed è disposto ad assumersi qualche rischio in più, nel mercato azionario si trovano ancora opportunità ma la volatilità resta sempre una fonte di preoccupazione. Per superare questo contrasto che rischia di ingessare le scelte d’investimento, è possibile adottare una strategia con un ingresso graduale sui mercati, in tre o in cinque anni. Si tratta della cosiddetta ‘strategia del decumulo’, tramite la quale l’investimento iniziale in fondi monetari e obbligazionari viene trasferito nel corso degli anni verso le molteplici opzioni offerte dal mercato azionario. E’ infatti possibile scegliere mercati globali, settori o singole aree geografiche, come per esempio la Cina, o anche tematiche e strategie di investimento, come per esempio la sostenibilità.

Avvantaggiarsi di cali momentanei del mercato
L’ingresso graduale si propone di limitare il rischio di un investimento nei tempi sbagliati o di rimandarlo chiedendosi continuamente se sia il momento giusto per investire. Si possono inoltre sfruttare algoritmi basati sulle norme della finanza comportamentale, tramite i quali gli acquisti vengono modulati in funzione dell’evoluzione delle quotazioni. Questo agevola la possibilità di avvantaggiarsi dei cali momentanei del mercato e posizionarsi tempestivamente per capitalizzare il successivo rimbalzo. In tutti i casi, il semplice meccanismo del PAC consente di avvicinare al mercato azionario gli investitori meno propensi al rischio grazie alla capacità di ridurre il rischio dell’investimento mediante l’acquisto frazionato nel tempo.

I vantaggi del PAC
Nel grafico seguente, è illustrato il confronto tra il rendimento di un investimento di 80.000 euro in unica soluzione (PIC) effettuato il 31/12/2019 in un ETF azionario globale e il rendimento di un investimento mensile (PAC) da 5.000 euro nello stesso ETF, iniziato il 31/12/2019 e proseguito ogni mese fino al 21/4/2021, per un totale di 80 mila euro versati in modo frazionato (fonte: elaborazione su dati MoneyMate).

Del confronto è evidente come il PAC abbia registrato una performance costantemente migliore rispetto al PIC con variazioni meno pronunciate, riuscendo in particolare a ridurre la perdita massima a fine marzo 2020 al -13,3% conto il -19,6% del PAC. Inoltre il rendimento del PAC è tornato in positivo già a maggio 2020 (dopo soli due mesi dal crollo di marzo 2020) mentre il PIC lo ha fatto solo a novembre 2020 (8 mesi dopo)

Svincolarsi dalle turbolenze che intimoriscono i risparmiatori
Il meccanismo automatico d’investimento del PAC permette, in un’ottica di medio termine, di svincolarsi da quelle turbolenze che tendono ad intimorire i risparmiatori e favorisce anche il posizionamento in mercati lontani, come quello cinese, o in temi di investimento dalle grandi prospettive ma caratterizzati da una elevata volatilità nel breve periodo, come per esempio il cambiamento climatico, la disruptive technology o la transizione energetica.

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